L’evento teatrale, incontro tra attore/i e
partecipanti/pubblico in uno spazio, qualsiasi esso sia, ha in seme
quell’incredibile potenzialità di diventare una sorta di "celebrazione
collettiva" dell'invisibile, del macrocosmo e del microcosmo; ancor di più
se svincolata dall'idea di ripetizione di una partitura o di un copione.
E’ uno spazio in cui l'attore assume il ruolo, con le sue esperienze,
sensibilità ed abilità, di condurre gli altri e se stesso in un mondo e tempo
diversi, e contemporaneamente di risvegliare la percezione del qui e ora, del
presente di ciascuno.
E’ la sua disponibilità a diventare servitore, a sacrificarsi finanche a
scomparire, che ci permette di vedere oltre lui le realtà, i mondi, i miti che
(spesso anche inconsapevolmente) evoca con immagini, azioni ed emozioni.
Forse... un poeta dell'azione.
Mentre scrivevo queste cose ad un amico mi sono venuti in mente, per associazione, il Virgilio dantesco e Mosè (come figure letterarie o mitologiche, ma comunque suggestive), senza i quali Dante ed un intero popolo non avrebbero potuto raggiungere le terre lontane (sia orizzontalmente che verticalmente…) cui erano destinati, ma che essi stessi, attori, conduttori, ad un certo punto si sono dovuti fermare, per via dei loro limiti, e spingere oltre coloro che avevano guidato e preceduto fino lí.
Nei laboratori siamo invitati a giocare profondamente con noi stessi e gli altri, a creare, come attori, spazi e mondi fittizi in cui vivere e convivere, a trasformare noi stessi e gli oggetti, a vivere generosamente le relazioni che si instaurano con l’ambiente e con gli altri, e, allo stesso tempo, a condividere tutto col pubblico, il nostro stato d’animo, la percezione di ciò che realmente ci circonda..