Nelle scuole sono sentiti come sempre più sensibili e prioritari i temi legati alle  relazioni dei giovani con sé stessi, con gli altri e con l’apprendimento: bullismo (fisico e cyber), dipendenze, fenomeni di esclusione dovuta a vari fattori (DSA, disabilità, cultura,..), dispersione scolastica e difficoltà nello studio spesso determinate da difficoltà emotive e relazionali.

E’ per rispondere a queste domande che vengono attivati laboratori che prevedano attività di apprendimento ed educazione non formale, che affianchino e supportino il percorso di studi curricolare.

L’educazione non formale comprende attività in cui l’apprendimento e la crescita passano attraverso un’esperienza attiva e partecipata, attraverso lezioni non frontali, con numerosi momenti di scambio e confronto, in cui il soggetto ha un peso specifico dominante rispetto  all’oggetto dell’apprendimento. Tutto ciò è fondamentale in un’età in cui i giovani si formano e scoprono chi sono, chi possono essere e come possono relazionarsi col mondo.

 “Crescere a scuola” è un laboratorio nato inizialmente come progetto pilota presso l’ITG Belzoni di Padova, dove si è voluto sperimentare all’interno delle singole classi i benefici del laboratorio teatrale che precedentemente era in formula pomeridiana e aperto a chiunque desiderasse partecipare. Ben oltre le aspettative è diventato uno spazio di crescita per  le classi, dove i partecipanti hanno trovato un’occasione per esprimersi, per superare timidezze, per mettere in discussione dinamiche di relazionarsi viziate da prevaricazione e sopruso, e per conoscere i compagni oltre la superficialità dei rapporti che si instaurano prevalentemente in un contesto frontale come quello scolastico.

Il laboratorio è un modo diverso di guardarsi dentro e attorno, attraverso il gioco, la risata, ma anche la concentrazione e l’ascolto degli altri. Ci permette di entrare in relazione con gli altri scoprendo attivamente quali sono i parametri che determinano la bontà (o meno) del nostro agire, così che possiamo farne un’esperienza viva e diretta, non solo teorica.

METODOLOGIE E STRUMENTI ADOTTATI

-Attività di rompighiaccio, conoscenza e approccio all’altro, attraverso giochi ed esercizi che coinvolgano corpo, pensiero ed espressione vocale.

-Attività di gruppo, tratte da tecniche teatrali di improvvisazione (Teatro dell’oppresso, clowning)

-Analisi e rielaborazione collettiva delle esperienza, condivisione dei vissuti personali durante le esperienze fatte insieme (adozione di tecniche del World cafè e dell’ Open space)

-Monitoraggio attività con raccolta feedback dei partecipanti

 

Cos’è il teatro di improvvisazione? E a cosa serve in un contesto come quello scolastico?

Al di là di ogni stereotipo di cui questa parola si è caricata, il lavoro di improvvisazione è un lavoro su se stessi, sulla vita attraverso il gioco teatrale.

Un gioco teatrale per costruire relazioni creative, di fiducia e condivisione, per dare vita a qualcosa che apparentemente non c’è, che non è visibile, che è nascosto. E le prime cose che nascondiamo, soprattutto in età adolescenziale, sono le nostre paure, le insicurezze, i dubbi… che copriamo poi con armature elaborate che diano agli altri (almeno nelle intenzioni) una predeterminata immagine di noi stessi.

Nel teatro di improvvisazione si cammina con un piede nella realtà (emozioni personali, ambiente circostante, persone e situazioni) e un piede nella fiction del teatro, con tutte le sue potenzialità di trasformazione, espressione e libertà.

Nel teatro della vita (e tale è un teatro che nasce al momento, da noi stessi e ciò che ci circonda) si cammina e si inciampa (in senso metaforico oltre che fisico), rischiando di scoprire che anche l’inciampo, l’incidente, è un momento creativo e di libertà, in cui il timore del giudizio può’ essere sostituito dal piacere della condivisione di una difficoltà.

Gli esercizi, i temi e le esperienze che si affrontano nel lavoro teatrale ci pongono continuamente di fronte al rapporto tra ciò che percepiamo dentro (come emozioni, stato d’animo, pensieri) e ciò che mostriamo, ciò che comunichiamo, più o meno consciamente ed intenzionalmente. Il gap tra questi due mondi è la distanza che ci separa da uno stato di pace con noi stessi, di accettazione e centratura.

Allo stesso tempo ci permettono di liberarci di emozioni inespresse, di andare a toccare gli opposti di ciò che quotidianamente mostriamo: la fragilità nascosta da persone molto dure e sicure di sé, le potenzialità espressive e poetiche di persone timide e introverse.

Un attore (e ognuno può esserlo in quanto persona) improvvisa in scena (con alcuni vincoli dati) proprio come noi siamo chiamati ad improvvisare nella vita (con altrettanti vincoli dati).

Come improvvisatori si apre ripetutamente la porta sull’ignoto, per trovare (e trovarsi in) qualcosa di nuovo ogni volta, per sperimentare come la realtà, anche quella personale (carattere, background culturale, educazione nazionale e familiare, tutto quanto abbia contribuito a farci diventare quello che siamo…), arrivi ad essere più o meno consciamente il materiale, il nutrimento o condimento stesso del gioco teatrale.